ANNI BUTTATI

Mezzi o fini, teoria o prassi, o più volgarmente: è nato prima l’uovo o la gallina?
Quando si volge lo sguardo indietro e si prova ad analizzare un momento di epifania condiviso, ci si ritrova spesso a chiedersi se all’epoca – l’epoca in cui ancora tutto era solo potenza e non atto – si fosse già consapevoli di ciò che si andava costruendo. E con un salto prospettico al dopodomani risulterà facile domandarsi se anche nell’oggi distorto dalla prospettiva lo fossimo. I più capziosi potrebbero addirittura arrivare a domandare: consapevoli di cosa? E la domanda è tutto fuorchè retorica.
Con la consueta forzatura dello storico, si può dire che la storia ebbe inizio con due disperati che si fecero cucire una pezza gialloverde (i colori della frazione in cui vivevano) dalla mitica signora Luigia, perno della piccola comunità della piccola frazione. Una pezza gialloverde con un verdino un po’ annacquato, ma quello era lo straccio a disposizione da sacrificare.
Il primo fine fu immediatamente chiaro: da due diventare tre.
Il mezzo altrettanto chiaro: due casse di Moretti da 66.
E così il germe crebbe in maniera esponenziale, radunando attorno a sé i ragazzacci di una provincia da sempre avara di tradizione e di cultura, e in quegli anni in via di ulteriore trasformazione e decadimento sociale.
A legare quella masnada di scapestrati, quel gruppo di ragazzi all’apparenza così diversi, c’era un sentimento condiviso, ai tempi ancora inespresso: la sensazione che fosse stato sottratto loro qualcosa, il tempo, lo spazio, il mondo. Cresciuti tra i quartieri della provincia, dalle porte fatte con le felpe ai cancelli scavalcati per recuperare il pallone, dai viaggi in treno senza biglietto al desiderio di fratellanza e comunità.
Sarebbe ipocrita dipingere gli spazi della propria infanzia come idilliaci, a renderli tale era il nostro sguardo incantato; e tuttavia il territorio del saronnese in cui siamo cresciuti è riuscito nell’invidiabile risultato di peggiorare a vista d’occhio: da anni i luoghi di ritrovo e gli spazi aggregativi sono stati debellati per essere sostituiti dai luoghi del consumo, centri commerciali e affini. Gli spazi dove eravamo cresciuti, dove riuscivamo ancora a sentirci vivi, andavano via via riducendosi. Le piazze in cui da ragazzini rincorrevamo un pallone o dove andavamo a pogare ai concerti punk d’un tratto diventarono parcheggi a pagamento e gli stadi dove avevamo vissuto le nostre prime esperienze erano sempre più simili a giganteschi studi televisivi, tanto che pareva di tifare al grande fratello.
Una volta che col tranello delle Moretti da 66 si passò a da 2 ai 100 della finale di Coppa amatori, il salto fu la logica conseguenza: iscrizione in FIGC, creazione di una società gestita da quegli scappati di casa (noi ndr) e soprattutto fine che trasla, non più semplicemente accumulare forza, ma darsi una prospettiva. Questo è un nodo: la prospettiva il più delle volte serve in maniera organizzativa, come nei viaggi, quando gli imprevisti stravolgono completamente i programmi iniziali, nient’altro che una direzione entro cui poi vivere e svolgere tutte le nostre minchiate come tanto ci piace fare.
La direzione è parsa essere mantenere una società calcistica, crescere numericamente e sportivamente, ampliare la partecipazione a nuovi sport o settori, in altre parole: farsi comunità.
Mica roba da poco!
Un vero e proprio rovesciamento della realtà, un viaggio – concedeteci un po’ di retorica a questo punto – in direzione ostinata e contraria (contraria soprattutto alle prescrizioni del medico).
Dice una bella poesia di Aldo Nove: “non c’è che percorso la meta // coincide col nostro tragitto”.
In questa fusione tra mezzi e fini ci troviamo a nostro agio, noi siamo ciò che facciamo.
Sin dai primissimi tempi, sin da quando si andava in tre a cantare nei peggio campetti del magentino, ci ha accompagnato un due aste, ideato dalla malata mente di un nostro caro amico ahinoi esule in terra iberica, che recita: ANNI BUTTATI.
Una sintesi di fini e mezzi, un inno allo stare insieme per il gusto di stare insieme, perché è da qui che nascono i fiori.
E queste due semplici parole come non collegarle al tragico anno che abbiamo appena vissuto, con il suo lascito di sofferenza, di privazioni, di ulteriore isolamento. Rovesciare la prospettiva, in questo anno buttato, per noi ha significato interrogarci su fini e mezzi, sul bisogno di comunità e radicamento, allargare le fila di chi partecipa attivamente alla vita della Frazione Calcistica.
Rilanciamo ulteriormente con una campagna tesseramento fuori tempo massimo, ma in questo anno buttato permettete a noi, che di anni buttati ce ne intendiamo, di poter fare un po’ come ci pare.
Ne vedrete delle belle.
Buon fine anno, e buon inizio 2021 a tutta la comunità gialloverde, agli amici di lungo corso di Firenze, di Lecce, agli avversari di tante battaglie in campo con cui ci siamo trovati ultimamente a condividere riflessioni e criticità del mondo calcio, a chi ci sosterrà, a chi ci avverserà.

DE’ REMI FACEMMO ALI AL FOLLE VOLO!